Ma la porta, porta o non porta? Porta la porta a un dove, qualunque esso sia? O non porta la porta che porta Antonio Rezza in scena per i 90 minuti dello spettacolo Hybris? Forse la funzione della porta che compare in scena per tutto lo spettacolo perde la sua funzione canonica per acquisire il significato di elemento di separazione tra un qui e un altrove, per divenire segno e linea di confine tra significati differenti, in quella che è una ricerca di senso. Ma è proprio il senso che Flavia Mastrella, creatrice dell’habitat in cui si muove Rezza, declina in questo modo: «In scena c’è una porta che ha perso completamente il suo significato. E Antonio nella sua drammaturgia la usa ancora come una porta. Perciò è un lavoro anche sul cambiamento di significato delle cose, che non è compreso dall’umano che le usa. Ci stanno cambiando sotto il naso il significato delle cose e noi non ce ne siamo ancora accorti. In più c’è il fatto appunto dell’uomo che costringe gli altri a fare quello che vuole». Storica e più che trentennale la collaborazione tra i due artisti «legati da un rapporto profondamente speculativo e individualistico» come ci tiene a precisare Antonio Rezza. Il quale ci conquista per l’energia profusa sul palco, per i suoi inesauribili calembour, per il suo provocare e giocare con gli strumenti scenici messi a disposizione da Flavia Mastrella. A dominare su tutto quella porta che di volta in volta diventa Stargate, di volta in volta è bara, non di una morte definitiva ma quasi per la resurrezione di un giocoliere della parola e del corpo come Rezza, vero protagonista e mattatore dello spettacolo. Quella stessa porta si trasforma in un metal-detector attraverso cui passare e denudarsi a poco a poco, per scoprire che cosa sia a far scattare l’allarme. Di svelamento in svelamento il nostro mattatore rimane completamente nudo. Per dire alla fine con un’innocenza è un’ingenuità totale che era il calzino sinistro ad attivare l’allarme. Ma tolto anche quel calzino l’allarme continua a suonare. Allora potremmo ricorrere alla metafora, e dire che siamo noi che allarmiamo il metal-detector, lo allarmiamo nel nostro attraversare il confine. Quale sia questo confine rimane incerto. Questo confine è costituito dalle nostre paure? Dal nostro perbenismo? O è il solo tentare di attraversare ciò che noi siamo, di portarci a un altrove che mette in allarme noi stessi e gli altri? Forse non c’è nulla di tutto questo in Hybris, che non dimentichiamolo significa insolenza, tracotanza, e che come spiega il dizionario Treccani «nella cultura greca antica è anche personificazione della prevaricazione dell’uomo contro il volere divino: è l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze».

Flavia Mastrella e Antonio Rezza. Foto Giulio Mazzi

Ma tutti questi significati che crediamo di trovare nello spettacolo Hybris di Antonio Rezza e Flavia Mastrella potrebbero ben essere semplici suggestioni tratte da questo conturbante duo che sicuramente segna un pezzo della storia del teatro italiano, non a caso nel 2018 vincono il Leone d’oro a Venezia. Ma fosse anche solo così Rezza/Mastrella avrebbero centrato ugualmente l’obiettivo di far pensare con il sorriso, ma anche con la smorfia di chi si vede piovere addosso la realtà. Per uno spettacolo come dice Antonio Rezza che «È tutto un congegno a orologeria. Non c’è nulla di nonsense. Non c’è un ragionamento che non faccia parte di un senso».
È feroce l’invettiva con cui si chiude lo spettacolo. Ma d’altronde non mi potrei aspettare nulla di meno da un ateo praticante come si definisce lo stesso Rezza. Fischiettando si capisce bene quale Dio imprechi e in quale modo blasfemo lo faccia. Ognuno può pensarla come vuole. Ma quel grido è soprattutto un urlo di dolore, di chi come uomo ha smontato non soltanto in tutta la sua vita, non soltanto in tutto lo spettacolo, miti come la famiglia, come l’amicizia, come la socialità, per rendersi conto che tutti questi elementi sembrano essere privi di contenuto o comunque essere privati nel nostro vivere quotidiano di un significato autentico.
Quello di Rezza e Mastrella potrebbe sembrare a prima vista un teatro del nonsense. Ma non lasciatevi ingannare da facili lusinghe. Quello proposto è un teatro che attraverso l’ironia propone una stratificazione di significati. Con Flavia Mastrella scopriamo che cosa rappresenta l’ironia per questo duo. «L’energia vitale che scateniamo apre al futuro. La prospettiva è data dall’energia, dalla comicità, dall’ironia. L’ironia apre degli spazi, apre degli spazi per la coscienza critica. Apre degli spazi per la reazione, perché ridendo si arriva a una conclusione che è più aperta di quella che si apre piangendo. Se noi facevamo dei lavori dove si piangeva sulla guerra non era così efficace come avere una reazione psicologica viva, vivace. Era impossibile. Il fatto che si sorride, che si ride, scatena questo senso della critica che è quello che ci vogliono togliere».

Teatro Elfo Puccini – Milano
Hybris
SALA SHAKESPEARE
7 / 12 MAGGIO 2024
di Flavia Mastrella Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara Perrini, Enzo Di Norscia, Antonella Rizzo, Daniele Cavaioli, Cristina Maccioni
e con la partecipazione straordinaria di Maria Grazia Sughi
(mai) scritto da Antonio Rezza
habitat Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli
luci e tecnica Alice Mollica
organizzazione generale Tamara Viola, Stefania Saltarelli
macchinista Andrea Zanarini
una produzione RezzaMastrella, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Teatro di Sardegna
ufficio stampa Chiara Crupi – Ar7nconnessione