Nel suo libro Morin apre anche la problematica della lotta contro la morte. Ipotizza che la morte sia dell’individuo piuttosto che della specie.
Morin considera il fatto che si sono già fatti dei passi nella lotta contro la morte. Infatti si riesce a prolungare la vita di dieci, venti, trent’anni e la vita media si è di fatto allungata.

Morin valuta quindi che si possa giungere a quella che è, non l’immortalità ma una a mortalità, cioè un indefinito prolungamento della vita. Da qui Morin pone una serie di interrogativi. Il più pregnante dei quali è chiedersi: se l’uomo a mortale, non più mortale ma non ancora immortale, sia ancora lo stesso uomo.

Morin dimentica nel suo ottimismo filosofico, con la sua morale antropologica, che comunque si continua a morire.
Grande fascino riveste sicuramente la parte destruens e la capacità puntuale di analisi. Così com’è affascinante il suo invito a non cedere alle due grandi illusioni: l’oblio e l’ossessione della morte.
In ogni caso la sua rimane una vittoria di Pirro. Perché anche fosse vero che l’uomo possa raggiungere la  a mortalità, è pur sempre vero che morirà.
Allora, seppure rinviato all’infinito, il problema della morte permane. E con esso l’uomo dovrà prima o poi confrontarsi.
E se in fin dei conti Morin non fosse poi così lontano dalla verità? Basti pensare all’opera di Davide Sisto “La morte si fa social”. In cui, se non di immortalità si fa riferimento a una sorta di a mortalità con la sopravvivenza delle nostre immagini, dialoghi e memorie post mortem, su WhatsApp, Facebook, e sui social, che sono sì pervasivi, ma che che sembrano garantire la nostra continuità.