In questi tempi cupi, in cui ad abominio si somma abominio, c’è un evento che mi ha colpito più di altri, la morte di Satnam Singh, bracciante indiano a cui un macchinario ha staccato un braccio, l’unica ricchezza che possedeva, l’unica ricchezza che poteva barattare per un sogno, una speranza di vita più giusta. Caricato su un furgone è stato lasciato davanti alla porta di casa a morire, ed è morto. Questo fatto mi ha colpito perché è il segno di quanto bestiale possa essere l’uomo nei confronti dell’uomo, quando viene meno alla legittima pietà nei confronti dell’altro, del fratello uomo, di fronte al dolore, di fronte alla sofferenza. Non c’è stata alcuna mano tesa, ma solo un macabro gioco a rimpiattino a nascondere l’accaduto, a dismettere le responsabilità individuali, a produrre morte. Possiamo dare la colpa al governo, alla politica, al capitalismo, o a qualunque forza esterna ed eterna che presumiamo ci determini. Ma qui è venuto meno l’uomo con la sua coscienza, con la sua responsabilità morale. Da qui è arrivata la morte.